Pagina:Saggio di racconti.djvu/71

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l’acciarino perduto 63

nonica a cercare del parroco; ed avuti da lui più esatti ragguagli, potè riscontrare che la infelice vedova era appunto la madre del suo liberatore. Allora gli narrò l’accaduto della sera innanzi, e lo pregò di recare con segretezza a quella signora una somma per liberarla dalla perdita dell’ultimo podere che le era rimasto. «Le direte, aggiungeva, che questa somma le appartiene; che è il pagamento di un debito che un uomo onesto confessa di aver con lei; che se ella non lo accettasse, gli cagionerebbe un gran dolore... Insomma fate in modo che non abbia ragione di rifiutare il donativo o di offendersene, e che nel tempo stesso non arrivi mai a scoprirmi...» Il parroco encomiando quell’atto di riconoscenza, accettò volentieri l’incarico; allora il Valenti uscì per recargli il denaro, e consegnatogli quattrocento scudi, si tenne per l’uomo più felice di questo mondo, se gli fosse riescito di sodisfare in quel modo al suo cuore.

Il sacchetto del quattrocento scudi era pesante, ed il parroco pensò di prendere il calesse per recarlo con minore scomodo; ma egli, che era solito di far le sue gite a cavallo, non aveva calesse, e lo prese in prestito dal contadino del Valenti.

Eccolo già montato, eccolo sulla via. Il Valenti ansioso aspettava l’esito di quella gita, e ne affrettava con impazienza il ritorno. Poichè il parroco arrivò e scese alla casa del contadino della vedova, fu ricevuto con festa da quei suoi popolani che lo amavano e lo rispettavano molto, e chiese di parlare