Pagina:Saggio di racconti.djvu/85

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guiniforte 77

nostra consolazione maggiore.» E ciò detto uscì lasciando Guiniforte commosso, pensieroso, ora abbattuto dal dolore, ed ora invigorito dalle parole del padre. Ma poi a un tratto si fissò in un pensiero che gli balenava alla mente; lanciò un’occhiata ai manoscritti più pregevoli; ne prese uno, lo aperse; erano alcuni scritti di Socrate; si provò a leggerli perchè appunto allora imparava la lingua greca; vide che sarebbe venuto a capo del fatto suo; e pieno di giubbilo, rimesso il manoscritto al suo posto, corse a portar le monete alla madre.

Ella era in mezzo ai figliolini e ai nipoti, alcuni dei quali dormivano, altri si baloccavano, e i due o tre più grandi studiavano le lezioni date loro da Guiniforte. A veder quella madre intenta al lavoro e nel tempo stesso volgersi ora soavemente ad uno dei suoi fanciullini, ora vegliar su quelli che erano addormentati, ora partecipare degli innocenti scherzi degli altri, e quando imprimere un bacio sulle lor gote, quando proferire un avvertimento, un consiglio, sarebbe parsa una donna felice, non travagliata da un sol dolore. Ma Guiniforte, che da lungo tempo conosceva le angosce dei genitori, seppe scoprire sotto quella serenità le tracce del pianto segreto, e conobbe quanta forza ella dovesse fare a sè stessa per comparir lieta e sicura. Allora giubbilante d’avere una buona nuova, sorridendo le si accostò, ed era per porle in grembo i denari. La madre sorpresa, respinse sulle prime la mano del figlio esclamando: «Di chi sono queste monete?» — «Le ho avute dal