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152 al polo australe in velocipede


Quel velocipede, ideato da Wilkye e fatto costruire da un abile meccanico di Baltimòra, era un vero capolavoro. Era composto di otto ruote, due più grandi e più solide, le altre eguali, accoppiate a due a due in modo da potersi, all’occorrenza, trasformare in tre biciclette, essendo, le due prime eccettuate, tutte munite degl’ingranaggi, delle catene e delle sterze necessarie. Costruite di acciaio di una resistenza incalcolabile, ricoperte di una pelle leggiera ma solida, per non causare ustioni pericolose agli uomini che dovevano montare la macchina, essendo già noto che i metalli, durante i freddi eccessivi, producono su chi li tocca delle vere scottature, quelle ruote erano munite all’ingiro d’una grossa striscia di gomma vulcanizzata, ma piatta e, per colmo di precauzione, onde evitare gli sdrucciolamenti, leggermente dentellata.

Sul dinanzi di quel velocipede era stata collocata una piccola caldaia, fornita di tutti gli attrezzi necessari per poter sviluppare la forza di un cavallo. Due alberi, forniti d’ingranaggi e di catene, si collegavano colle ruote anteriori, che erano più solide e più grosse delle altre.

Prevedendo la difficoltà di trovare dell’acqua sciolta necessaria per la generazione del vapore, Wilkye aveva fatto adattare presso la caldaia un recipiente destinato a sciogliere la neve od il ghiaccio.

Tre sedili, disposti l’uno dietro all’altro, dovevano servire ai viaggiatori, mentre una specie di cassettone, alto e largo due metri, doveva servire per le provviste, per le coperte, per le vesti, per le munizioni e pel petrolio necessario alla piccola macchina.

— Vi soddisfa? chiese Wilkye, quand’ebbe spiegato a tutti il funzionamento del suo velocipede.

— È meraviglioso! esclamarono Peruschi e Blunt.