Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/18

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16 capitolo xv.


il piede per tema di precipitare in qualche fenditura o, peggio ancora, in qualche abisso.

La via era rocciosa, sparsa di grossi macigni neri e solcata qua e là da larghe fenditure. Non c’era il più piccolo animale, nemmeno un sorcio, nè pianta alcuna, nemmeno un fungo, che pur se ne incontrano tanti nelle umide caverne. Il solo rumore che si udisse era il mormorio dell’acqua e la lontana voce del bravo irlandese.

— Che brutto luogo, disse Burthon. Mi sembra di essere in un sepolcreto.

— Scorgete nessuna traccia che indichi una miniera di carbone? chiese Morgan all’ingegnere, che di quando in quando abbassavasi per osservare il terreno.

— Nessuna, finora, rispose l’interrogato.

— Sperate?

— Non dispero.

Girarono attorno ad un’enorme rupe e si diressero verso il nord seguendo una larga fenditura che sembrava assai profonda. Avevano percorso quindici o venti metri, quando Burthon traballò, sprofondando fino alle ginocchia in una buca apertasi improvvisamente sotto i suoi piedi con uno strano scricchiolìo.

— Aiuto! gridò.

— Cos’hai? chiese sir John accorrendo.

— Il terreno ha ceduto sotto i miei piedi ma... Questo non è terreno!

Appoggiò le mani a terra, liberò le sue gambe poi si curvò facendo cadere la luce della lampada su quella buca. Un grido gli uscì dalle labbra.

— Cos’hai visto? chiesero Morgan e l’ingegnere.

— Non è una roccia quella che si è aperta sotto di me ma una tavola di legno.