Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/58

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56 capitolo xix.


fiumicello e sparve verso il nord correndo parallelamente alla costa.

— Avvicinati, Morgan, disse sir John.

Il macchinista s’avvicinò al torrente che era ormai coperto da una solida crosta rossastra formata da bellissimi cristalli.

— Manda calore? chiese l’ingegnere.

— No, proprio nulla, rispose il macchinista.

— Eppure sotto la crosta la lava scorre.

— Proviamo a romperla.

L’ingegnere con un colpo della sua spranga di ferro spezzò la crosta. Sotto apparve la lava, brillante come fosse appena uscita dal vulcano e calda come il bronzo fuso appena uscito dal forno.

— Scorre? chiese Morgan.

— Sì, e molto velocemente.

— E quando si arresterà?

— Quando la sorgente cesserà di alimentarla. Andiamo al battello, Morgan. Possono discendere altri torrenti e tagliarci la via.

L’ingegnere e il macchinista si riposero in cammino e raggiunsero in breve il meticcio e l’irlandese che erano in preda a vivissime inquietudini.

— Partiamo, sir John, disse O’Connor che era assai pallido. Ho paura che il vulcano scoppi.

— Non avere questo timore, marinajo, rispose l’ingegnere. Nondimeno lasciamo questa caverna.

S’imbarcarono tutti e quattro, mentre un nuovo torrente di lava, assai più largo e più impetuoso del primo, scendeva la collina dirigendosi verso un largo crepaccio. Burthon e O’Connor presero due manovelle e spinsero l’Huascar fuori dal piccolo seno.

— Dove andiamo? chiese Morgan.