Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/72

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70 capitolo xxi.


— È probabile, rispose l’ingegnere sforzandosi di parere calmo.

— Allora siamo perduti, disse Morgan. Non abbiamo che due biscotti e mezzo litro d’acqua.

— E forse mezzo litro d’olio nelle lampade, aggiunse Burthon.

— Scaveremo finchè troveremo l’Huascar, disse sir John. Fortunatamente abbiamo con noi due picconi. Esaminiamo la nostra prigione, amici.

Alzò la lampada e guardò la vôlta della prigione. Era solida e senza crepacci; da quella parte non era possibile uscire poichè sopra quella gigantesca lastra di granito senza dubbio ci doveva essere una montagna di rottami.

— Facciamo il giro di questa caverna, disse.

I quattro sepolti vivi portando le lampade, fecero una passeggiata nella loro prigione, che era assai vasta, battendo le pareti coi picconi per sentire se al di là c’era del vuoto, ma il suono della roccia era sempre sordo, segno chiarissimo che dappertutto c’erano dei rottami e forse altre gigantesche rupi staccatesi dalla vôlta della galleria. L’ingegnere si diresse da ultimo verso il fiume. Colà c’era una spaccatura profonda formata dalla sponda del corso d’acqua.

Morgan prese una lampada e guardò giù. Tosto gettò un grido:

— Il battello!... 11 battello!...

Il macchinista non s’ingannava. In fondo a quella profonda spaccatura, dove vedevasi ancora un po’ d’acqua, c’era il battello inclinato a babordo, pieno di sassi sì ma, a quanto pareva, ancora in ottimo stato. La grande lastra di granito che aveva salvato da certa morte gli uomini, aveva pure salvato il valoroso Huascar.