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la società della «campana d’argento» 27


— Non mi parve.

— Devono aver bruciato qualche sostanza per farci addormentare.

— Lo credi?

— Ne sono certo, rispose Fedoro.

— Eppure prima non ho veduto nessuno a entrare.

— Da qual parte si sono introdotti quegli uomini?

— Da quella, — rispose Rokoff, indicando un angolo della stanza. — Stavo per addormentarmi, eppure ho veduto aprirsi una porta o qualche cosa di simile. —

Fedoro si recò a visitare la parete battendola col calcio della rivoltella e udì un suono sordo che non annunciava di certo che al di là ci fosse un vuoto.

— È strano! — disse. — Eppure tu li hai veduti entrare per di qui?

— Sì, me lo ricordo.

— E non vedo alcuna traccia sulla tappezzeria; tuttavia non mi stupisco. Questi cinesi hanno inventato mille segreti. Dov’è il maggiordomo?

— Eccomi, signore, — rispose il cinese, il quale stava ritto accanto al letto, piangendo silenziosamente.

— Sono devoti i servi di questa casa?

— Lo credo, signore.

— Sono affiliati a qualche società?

— Non potrei dirvelo, perchè nessuno lo direbbe, anche se sottoposto alla tortura.

— Chi è stato il primo ad accorgersi del delitto?

— Io, — rispose il maggiordomo. — Ogni mattina premo il bottone d’un campanello elettrico per svegliare il mio padrone. Stamane feci come il solito, e non ricevendo risposta, nè udendo alcun rumore, mi nacque il sospetto che fosse accaduta qualche disgrazia. Fatta abbattere la porta, ho trovato il mio signore assassinato.

— Era ben chiusa? — chiese Fedoro.

— E per di dentro.

— Non vi era alcuna traccia che fosse stata forzata?

— Nessuna, signore.

— Sapevi che noi eravamo chiusi qui col tuo padrone?

— Lo ignoravo, e poi... come spiegare questo mistero? Voi vi siete svegliati nella stanza che io stesso vi ho assegnata per ordine del mio padrone.