Pagina:Salgari - I naviganti della Meloria.djvu/110

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– Pure non sono convinto che abbiano preso il largo. Io credo invece che ci spiino.

– E la loro scialuppa?

– Non so, l'avranno nascosta in qualche insenatura.

– Sbarchiamo e perlustriamo i dintorni.

– Sì, però non dimentichiamo le nostre rivoltelle. Le persone che si nascondono sono pericolose.

– Che qualcuno rimanga a guardia della nostra imbarcazione.

– Ci resterò io – disse Michele. – Il primo che tenta di avvicinarsi lo freddo con un colpo di rivoltella.

Il dottore, Vincenzo e Roberto, armatisi, sbarcarono e dopo d'aver ascoltato attentamente, si gettarono in mezzo alle rupi, dirigendosi lentamente verso la fontana ardente.

La spiaggia era vivamente illuminata dalla grande fiamma che irrompeva dal vulcanetto, quindi si poteva subito scorgere se vi era qualche persona; le rupi però, che erano numerose e altissime, proiettavano dietro di loro un'ombra così fitta da nascondere anche un elefante.

I tre esploratori, invece di muovere direttamente verso la fontana ardente, girarono al largo, visitando le parti non illuminate, i crepacci, i burroncelli, i massi ammonticchiati, ogni luogo insomma che potesse servire di nascondiglio.

Le loro ricerche però non diedero alcun risultato. Degli uomini veduti agitarsi dinanzi alla fiammata nessuna traccia.

– Devono essere partiti – disse il dottore arrestandosi. – Se fossero rimasti qui, in qualche luogo li avremmo trovati.

– Quelle canaglie si sono accorte a tempo della nostra presenza – rispose padron Vincenzo.

– E si saranno affrettati ad imboccare il canale.

– Cosa facciamo, dottore? Riprendiamo l'inseguimento?

– Sì, ma prima andiamo a vedere la fontana ardente.

– Cosa sperate di trovare?

– Qualche traccia del loro accampamento.

– Avete ragione dottore.

Certi ormai di non aver da temere alcuna sorpresa da parte dei misteriosi individui, uscirono dall'ombra e attraversata la spiaggia si spinsero fino alla base del vulcanetto.

Quel mostricciattolo eruttava allora con qualche violenza lanciando a tre o quattro metri una bella fiamma, dalla luce biancastra, la quale s'apriva talora in forma di ventaglio. Uno scoppiettìo incessante accompagnava l'eruzione.

Le sabbie che circondavano quel cumulo di macigni, parevano anch'esse sature di gas, perché si udivano pure scoppiettare sotto la semplice pressione dei piedi spandendo all'intorno un odore acuto d'idrogeno.

Il dottore accese un cerino e lo gettò a terra. Tosto delle fiammelle serpeggiarono fra le sabbie descrivendo dei capricciosi zig-zag.

– Vi è un vero gasometro qui sotto – disse. – Una vera fortuna se si potesse utilizzarlo.