Pagina:Salgari - I solitari dell'Oceano.djvu/19

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Vi rimarranno finché avranno compreso che il padrone sono io.

– Guardatevene, capitano Carvadho! – disse l'ufficiale. – Potreste pentirvene al vostro ritorno al Perù.

– Sgombrate – comandò il gigante.

I malesi, anime interamente devote al capitano, non si erano fatto ripetere l'ordine.

Afferrati brutalmente i due fratelli, li spinsero a poppa, trascinandoli nel quadro, non ostante le loro proteste e loro minacce.

– Ora impadronitevi di quel cinese – continuò il gigante.

– È un appestato, comandante – osservò il bosmano.

– Prendetelo al laccio come un cane rabbioso e preparate la fune per la cala. È molto tempo che non ci divertiamo e vedremo se questo birbante saprà resistere.

Prima che il capo dei coolies avesse potuto mettersi in guardia, un laccio, lanciatogli addosso da un marinaio, gli aveva imprigionato strettamente il corpo, all'altezza della cintura.

– Oh! Issa – gridò il bosmano.

Una corda fornita d'un gancio, era stata in quel frattempo, fatta scendere dall'estremità del pennone di gabbia.

Legare l'estremità del laccio e issare il cinese a tre metri dal ponte, fu l'affare di un istante.

Sao-King aveva mandato un urlo di rabbia.

– È pronto tutto? – chiese il capitano.

– Ed i pescicani? – disse l'ufficiale argentino. – Volete farlo divorare vivo?

– Se non tornasse nel frapponte, irriterebbe troppo quei miserabili di cinesi – disse il gigante, dopo una breve esitazione.

– Abbiamo il cadavere da dare ai pesci – disse il bosmano.

– È vero, Francisco. Buttate prima in acqua il morto.

Poi senza curarsi delle grida furiose del cinese, il quale si agitava pazzamente all'estremità della corda, si portò sulla murata di tribordo, mentre due uomini con due pertiche munite di uncini, facevano oscillare il morto onde spingerlo fuori dal bordo.

L'intero equipaggio s'era precipitato dietro al capitano, salendo parte sul cassero, parte sul castello di prora o sulle murate o sulle griselle.

I charcharias, come se si fossero accorti che una grossa preda stava per piombare in acqua, erano saliti a galla mostrando le loro enormi gole spalancate e irte di denti acutissimi.

Erano quattro, tutti giganteschi, e nuotavano lungo il tribordo, alzando i loro musi aguzzi e soffiando rumorosamente.

Avevano fiutata già la preda e si disponevano a farla a pezzi, digerendola assieme alla peste.

– Largo! – gridarono i due marinai, i quali avevano ormai impresso al morto una violenta oscillazione.

– Pronti a lasciar scorrere la corda! Uno... due... e tre!