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In mezzo alla palude 113


curata a Nasugbu, quella del capitano Montero y Gay, la migliore e la più recente, e l’ho osservata anche ieri, premendomi di sapere dove ci conduceva quel dannato pirata. Se non m’inganno, noi dobbiamo già trovarci a metà distanza fra il Kabato ed il Butuan.

— Quanti giorni credi che ci saranno necessari per giungere al lago?...

— Per lo meno due settimane, tenuto calcolo degli ostacoli che dovremo attraversare. —

Than-Kiù trasalì, mormorando:

— Così presto.

— Sì, lo vedrai così presto, se non è morto.

— Temi che non sia più vivo?...

— In questo paese non si è mai certi di giungere all’indomani. Ma speriamo che sia ancora vivo per risparmiare agli occhi del Fiore delle perle chissà quante lagrime, — disse Hong, con voce sorda.

— No, — rispose Than-Kiù, alzando vivamente il capo e guardandolo fisso. — T’inganni, Hong: il Fiore delle perle non piangerà più per l’uomo che ama ancora la donna bianca.

— Non dirlo così presto, fanciulla.

— T’inganni, — ripetè Than-Kiù, con energia. — Io non l’amo più!

— Ma vai a salvarlo.

— Sì, per pagare il mio debito.

— E poi?...

— Quando l’avrò ricondotto alla costa...

— Vi è anche la donna bianca, — interruppe Hong.

— Ebbene, quando li avrò salvati, — continuò la giovanetta, con profonda amarezza, che pareva celasse un impeto di disperazione, — dirò loro addio per sempre.

— E andrai?...

— Dove vorrà condurmi l’uomo che mi ama.

— Than-Kiù! — esclamò Hong, con ansietà. — Quale uomo?...

— Tu già lo sai, — mormorò la giovanetta, tergendosi con un rapido gesto, quasi con ira, due lagrime che le rotolavano sulle gote.

— Tu piangi!... — esclamò il chinese con dolore.

— Sì, di collera, — gli rispose la povera giovane, con voce soffocata.

— Than-Kiù!...

— Taci, Hong. Lascia che il tempo compia la sua opera di distruzione. —

Pram-Li aveva allora levato dai tizzoni l’arrosto, il quale esalava un appetitoso profumo e l’aveva deposto innanzi ai compagni, su due larghe foglie di canna.