Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/160

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158 emilio salgari


— Aggrappati stretto! — gridò Matteo.

Heggia aveva gettato già due sacchi di zavorra del peso di cinquanta chilogrammi ciascuno, e il Germania s’innalzava rapidamente.

Ottone ebbe appena il tempo di stringere la scala, la quale ondeggiava spaventosamente.

Gli arabi, vedendolo fuggire, erano balzati fuori dai loro nascondigli, sparando in aria. Era troppo tardi, poichè il treno aereo con un balzo improvviso era salito a cinquecento metri.

— Ottone, puoi salire? — domandò Matteo.

— Non soffro le vertigini — rispose il tedesco.

— Vuoi che ci abbassiamo?

— No, il gas è troppo prezioso.

— Chiudi gli occhi e sali.

L’impresa non era facile, in causa delle oscillazioni che subiva la scala.

Nondimeno Ottone aveva cominciato a salire, tenendo gli occhi chiusi per non venire attirato dall’abisso che gli stava sotto i piedi.

Di quando in quando si arrestava per riprendere il respiro, dava di sfuggita uno sguardo al treno aereo, poi tornava a montare.

Matteo e i suoi compagni lo guardavano sgomenti. Avevano paura di vederlo, da un momento all’altro, abbandonare la scala e precipitare nel vuoto.

Quando il bravo aeronauta giunse presso la piattaforma, sei braccia vigorose lo afferrarono e lo sollevarono.

— Miei cari amici! — esclamò il tedesco, aprendo gli occhi. — Grazie!

— Ti credevo perduto — disse Matteo, stringendoselo fra le braccia.

— Per poco, miei cari. Datemi da bere, non ne posso più. Questa salita mi ha sfinito, ve lo assicuro.

Ottone si era lasciato cadere su di una cassa. Le sue membra tremavano ed era diventato pallidissimo. Matteo gli porse una bottiglia di ginepro.