Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/212

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208 emilio salgari


Il paese non cambiava. Erano sempre i soliti boschi e le solite pianure tagliate da qualche fiume ed interrotte da stagni, per lo più ampi, sulle cui rive si vedevano gruppi di capanne.

Abbondava la selvaggina. In mezzo ai boschi si vedevano galoppare branchi di bufali, di giraffe, di zebre, di antilopi e qualche volta si vedevano, presso gli stagni, anche degli elefanti di forme mostruose.

Ottone, vedendo tanta selvaggina, non poteva tenersi fermo e smaniava di non potersi slanciare in mezzo a quei boschi e aprire un fuoco infernale contro quelle bestie.

— È un vero peccato non poter scendere — diceva. — Là vi sono bistecche a profusione.

— Lascia andare e pensiamo invece a giungere più presto che possiamo nel Kassongo — rispondeva Matteo. — Non dimentichiamoci che anche Altarik marcia verso lo stesso punto.

— È a Kilemba, è vero, che deve trovarsi l’inglese? — chiese Ottone all’arabo.

— Sì — rispose questi.

— Ci siete mai stato?

— Trent’anni fa.

— È una borgata grossa?

— Contava allora circa diecimila abitanti.

— Cattiva gente?

— Si dice che siano antropofagi.

— Corriamo forse il pericolo di venire mangiati anche noi? — chiese Matteo.

— L’uomo bianco viene rispettato — rispose El-Kabir. — Se non lo fosse, l’inglese sarebbe già stato divorato.

— Questo è vero — disse Ottone. — Come ci accoglieranno?

— Ci faremo credere figli della Luna — disse El-Kabir. — Vedendoci scendere dal cielo, non avranno difficoltà a crederlo.

— L’idea è buona — rispose Ottone.

— Quanto distiamo ancora da Kilemba? — chiese Matteo.

— Se il vento si mantiene sempre così, domani a mezzodì ci