Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/44

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40 emilio salgari


— Vi raccomando di vegliare sulla mia casa — disse il greco: — fra meno di due mesi io sarò di ritorno.

— Buon viaggio, padrone! — gridarono i servi.

— Tagliate! — comandò il tedesco.

Le quattro funi che lo trattenevano agli alberi caddero a terra contemporaneamente ed il treno aereo si levò maestosamente, fra le grida di stupore e anche di terrore dei servi.

Essendosi il gas subito condensato a causa del fresco della notte, il treno aereo non salì che per centocinquanta metri, altezza che doveva superare immensamente ai primi tepori del sole.

Ondeggiò un momento in balìa del venticello che soffiava irregolarmente; poi sotto la spinta delle due eliche messe subito in funzione e guidato dall’immenso timone montato di tela su un telaio di forma triangolare, prese la rotta in direzione di Zanzibar, scorrendo a breve distanza dalla costa.

Il greco, durante quell’ascensione, non aveva pronunciato una parola. Si era tenuto stretto ed bordo della navicella guardando, come trasognato, l’immenso pallone che si librava sopra il suo capo.

La voce del professore lo strappò da quella contemplazione.

— Ebbene, cosa ne dici, Matteo? — chiese.

— Io dico che il tuo treno è semplicemente meraviglioso e che il tesoro promesso dall’inglese è ormai nostro — rispose il greco. — Io m’inchino dinanzi al conte Zeppelin ed a te.

— Ti senti sicuro?

— Sicurissimo.

— Non hai più paura di precipitare a terra?

— Non più.

— Allora andiamo a prendere l’arabo.

— Lo guiderai proprio sopra la terrazza, il tuo treno?

— Non vedi come obbedisce al timone? Se vuoi, possiamo marciare anche controvento e fare le più ardite evoluzioni.

— Meraviglioso! Straordinario! Non credevo che tu avessi potuto costruire un’ordigno così gigantesco e pur così obbediente alla volontà umana!