Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/46

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44 emilio salgari


— Ho pratica di macchine.

— Allora tu sarai il nostro macchinista.

— E tu il capitano.

— E l’arabo, allora?

— Lo nomineremo cuoco.

— O l’accendipipe — disse il tedesco.

— Come vuoi, amico.

L’aerotreno intanto si comportava splendidamente, tanto da rassicurare ormai interamente il greco.

Spinto dalle due grandi eliche di alluminio, le quali tenevano novantadue giri al minuto, s’avanzava celermente senza subire la più piccola scossa e senza perdere una linea del suo equilibrio.

Il tedesco, per accertarsi dell’obbedienza del timone, ora lo spingeva verso terra, facendolo volteggiare sopra pianure sabbiose ed ora verso il mare, descrivendo sovente dei bruschi angoli.

Tutte quelle evoluzioni riuscivano perfettamente con grande soddisfazione del costruttore.

— Funziona stupendamente — disse il tedesco. — Ha superato le mie previsioni.

— Non ti aspettavi tanto?

— Non credevo che fosse così obbediente al timone. È vero che il vento è debole.

— E se fosse invece forte? — disse il greco.

— Forse riusciremmo egualmente a farlo manovrare con pari successo. Guarda, Matteo, navighiamo sopra le prime case di Zanzibar.

Il greco si curvò sul parapetto. Sotto il pallone le case e le viuzze della città commerciale volavano rapidamente.

Erano tutte buie, non essendovi fanali a Zanzibar, e deserte, essendo appena le due del mattino.

Guardò in direzione della penisola e vide su di una terrazza brillare alcuni lumi.

— È la casa di El-Kabir — disse. — L’amico ci aspetta.