Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/315

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31.

LA RITIRATA DI DIAZ

Il marinaio e Rospo Enfiato, più fortunati di Alvaro, avevano rapidamente approfittando del terrore che aveva invasi i tupy dopo quel primo colpo d'archibugio.

Mentre i selvaggi si sbandavano da tutte le parti, si erano slanciati in un viottolo laterale che serpeggiava fra i carbet sfuggendo disperatamente verso la cinta, credendo in buona fede di aver alle spalle anche Alvaro.

Giunti dietro la palizzata, in prossimità della porta che Japy non aveva ancora chiusa, con loro stupore si erano accorti di essere soli.

– Il disgraziato si è smarrito! – aveva esclamato Diaz, facendo un gesto di disperazione. – Invece di sfuggire verso le cinte si è diretto verso il centro dell'aldèe. Rospo Enfiato, torniamo e cerchiamo di salvarlo!

Il tupinambi lo afferrò invece strettamente per un braccio dicendogli:

– La pelle pesa indosso al pyaie bianco? Eccoli che arrivano i tupy. Fuggi se vuoi salvare la vita. I tupinambi vendicheranno la morte degli uomini dalla pelle bianca.

I tupy, rimessisi dalla sorpresa e dal terrore, avevano ripresa la corsa.

Avendo scorti quei due uomini fuggire verso la cinta, si erano subito immaginati che potessero essere dei nemici e si erano scagliati sulle loro tracce agitando furiosamente le mazze.

Erano un centinaio per lo meno. Volerli affrontare sarebbe stato come correre incontro ad una morte più che certa, specialmente colle povere armi di cui disponevano Diaz e l'indiano.

Avessero avuto degli archibugi, avrebbero forse avuta qualche speranza di arrestarli e anche di sgominarli; colle gravatane c'era ben poco da sperare.

Diaz aveva subito capito che la partita era ormai irreparabilmente