Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/325

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32.

L'ASSALTO DEI TUPINAMBI

Diaz si era rapidamente voltato, guardando verso la savana sommersa.

Se l'indiano che sapeva non essere facile ad impressionarsi, aveva pronunciate quelle parole, la cosa doveva essere ben seria e realmente era molto grave.

Quattro punti luminosi, forse delle fiaccole, solcavano silenziosamente le nere acque della savana sommersa e quello che era peggio, pareva che si dirigessero verso l'isoletta sulla quale il marinaio di Solis e l'indiano avevano cercato un momentaneo rifugio.

Si distinguevano abbastanza nettamente le prore di quattro canoe che parevano assai più grosse di quella dei fuggiaschi e si vedevano anche ad agitarsi delle forme umane quasi nude.

– Bella notte! – mormorò Diaz. – Prima i giaguari, ora i tupy od i caheti! Come finirà?

– Li vedi? – chiese Rospo Enfiato.

– Non sono cieco.

– Vengono qui.

– Me ne sono accorto.

– Ci spiavano dalla foce del fiumicello. Tu non ti eri ingannato quando hai udito quel fischio.

– Vorrei sapere chi sono.

– Tupinambi no di certo – rispose l'indiano. – I miei non devono essere giunti sulle rive di questa savana.

– Allora sono tupy.

– Od altri non meno pericolosi.

– Che cosa dobbiamo fare?

– Tenerci nascosti nella canoa, per ora – disse l'indiano.

– Vorresti, in caso di pericolo, rifugiarti ancora a terra? La nostra situazione non potrebbe allora diventare peggiore?

– È vero, avremmo da misurarci anche coi giaguari.

– Trova qualche cosa d'altro.

– Lasciamoli sbarcare, poi filiamo a tutta forza di remi verso