Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/96

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La ritroveremo ancora al suo posto.

Il mozzo lo seguì domandandosi che cosa potesse entrarci il caimano colla testuggine e colla traversata della palude.

L'jacaré – tale è il nome che danno gl'indiani a quei pericolosi abitanti delle savane e dei fiumi – si trovava sempre disteso fra le canne. Il calore solare, sviluppando i gas interni, l'aveva prodigiosamente ingrossato e pareva che il suo ventre giallastro fosse lì lì per iscoppiare.

– Com'è brutto! – esclamò il mozzo. – Già non era bello neanche prima, ma ora fa paura.

Alvaro vibrò un colpo di scure sul fianco del rettile, balzando poi rapidamente da una parte. Gli intestini proiettati dai gas interni, si contorsero sull'erba.

– Ecco quello che mi occorre – disse.

– Le budella di questa brutta bestiaccia?

– Sì, Garcia.

– Vorreste fare dei salami di tartaruga, signore.

– No, d'aria.

Quella parola fu una rivelazione per l'intelligente ragazzo.

– Ah! Ora vi ho compreso! – esclamò. – Che superba idea, signore!

– Giacché mi hai capito, aiutami.

Con pochi colpi di coltello staccò gl'intestini e li trascinò sulla riva dove si mise a vuotarli ed a pulirli aiutato efficacemente dal mozzo.

La faccenda non fu lunga.

– Un pezzo di canna ora ed un po' di spago – disse Alvaro.

– Un marinaio non manca mai di corda – rispose il mozzo.

Legarono solidamente l'estremità del budello, introdussero un pezzo di canna traforata nell'altro e Alvaro cominciò a soffiare a tutta forza.

Ci volle un buon quarto d'ora prima che l'intestino che era lungo ben dodici metri, fosse completamente pieno d'aria.

– Ora andiamo a legarlo intorno alla testuggine – disse Alvaro quando ebbe chiusa l'altra estremità. – Vedremo se il rettile sarà capace di lasciarsi affondare.

Alzarono con precauzione il budello onde i rami spinosi dei cespugli non lo guastassero e riattraversarono l'isolotto.

La povera mydas, non ostante i suoi sforzi disperati, si trovava ancora rovesciata sul dorso. Agitava pazzamente le larghe zampacce