Pagina:Salgari - La Città dell'Oro.djvu/246

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
2328 la città dell'oro

Il paese circostante non era cambiato. Le due sponde erano sempre coperte di boscaglie fittissime, le quali impedivano di spaziare gli sguardi al di là del fiume.

Si vedevano sorgere qua e là, in una confusione indescrivibile, grandi simaruba carichi di fiori, alberi di noci moscate selvatiche, cedri colossali, alberi da pepe, alberi del cotone alti solamente tre metri, con dei fiori gialli e porporini; euforbie cactiformi irte di spine, gruppi immensi di passiflore tempestate di quegli strani fiori che contengono un martelletto, una tenaglia ed una piccola corona; poi dei maot, piante appartenenti alla specie delle cotonifere, con foglie immense coperte d’una peluria rossastra e cariche di lunghe capsule scannellate; delle baspa butirracee, dai cui semi si estrae una specie di burro; dei saponieri, dalle cui bacche e dalla cui corteccia si ottiene una spuma densa che ha la proprietà del sapone, ed infine un caos di bambù, di liane e di spine ansara, tremendi pungiglioni che trapassano perfino le suole delle scarpe a chi osa affrontarli.

Il fiume appariva ricchissimo di pesci, i quali si vedevano guizzare in grande numero, perseguitati da stormi di piassoca, di caracari, appartenenti alla famiglia dei falchi e di gaviaos, specie di sparvieri.