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244 la città dell'oro

che avevano l’aspetto di cupole e da una doppia linea di scoglietti, i quali lasciavano scorgere le loro punte nere e aguzze.

Il braccio del fiume scendeva rimbalzando e spumeggiando, ma la scialuppa, come nella precedente cascata, s’avanzava trionfando contro tutti quegli ostacoli ed evitando destramente le scogliere che minacciavano di sfracellarla.

Ormai aveva oltrepassato mezzo canale, quando Alonzo, che si trovava a prua, vide scendere con impeto irresistibile delle masse oscure e colossali che balzavano e rimbalzavano fra le muggenti acque.

Quantunque non sapesse ancora di cosa si trattasse, gettò un grido di terrore.

— Cos’hai, Alonzo? — chiese don Raffaele, il quale provò una stretta al cuore.

— Stiamo per venire frantumati.

In quell’istante si udì Yaruri a gridare:

— Lasciate andare i remi! Ridiscendiamo la cateratta o siamo perduti!...

Quelle masse enormi non erano che a cento passi e s’avanzavano con spaventevole velocità, travolte dalla furiosa corrente. Erano dieci o dodici alberi grossissimi, dei tronchi di paiva (bombax pentandrum), piante che raggiungono un’altezza di trenta metri, ma che