Pagina:Salgari - La Stella Polare.djvu/18

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
10 Capitolo secondo


I ghiacci non avevano mai avuto l’onore di rinserrarlo e di schiacciargli le costole, e tutte le stagioni era tornato trionfante nei porti della Norvegia, portando dei grossi carichi di pelli e di grassi.

Come tutte le navi che vanno a pescare i grandi cetacei, o cacciare le foche e le morse, la Stella Polare, così battezzata da S. A. R. il Duca degli Abruzzi, era costruita in legno.

Il Fram di Nansen era pure in legno, e così pure lo furono tutte le navi che s’inoltrarono nei grandi campi di ghiaccio delle regioni polari, essendo il legno miglior conduttore di calorico, ed essendo pure un coefficente di elasticità assai maggiore d’ogni altra materia, quindi più resistente alle formidabili pressioni dei ghiacci.

Le navi in ferro hanno fatto sempre cattiva prova in mezzo ai ghiacci, sia per la loro estrema rigidità, sia perchè poco abitabili col freddo intenso che regna sotto le latitudini artiche, sia infine per le gravi difficoltà che presentano le riparazioni, non essendo possibile avere a bordo i mezzi meccanici necessarii.

La Stella Polare, malgrado i suoi diciassette anni, passati in gran parte nelle regioni artiche, era ancora una solida nave che poteva fare ottima figura e affrontare, senza tema di dover subito cedere, i poderosi urti degli ice-bergs, dei palks, degli streams e dei wake, che le correnti polari trascinano verso il sud.

Stazzava trecentocinquantotto tonnellate nette, su una lunghezza, dalle ruote di prora e di poppa di quarantaquattro metri e settanta centimetri ed una larghezza di metri nove e trenta centimetri.

La sua profondità toccava i metri cinque e venti, il suo tonnellaggio lordo era di quattrocento e venticinque e portava una macchina della forza di sessanta cavalli nominali, pari a duecentocinquanta di effettivi, da settantacinque chilogrammi, a sistema compound, con due cilindri, capaci di sviluppare, a mare calmo, una velocità di sei nodi all’ora, pari a circa undici chilometri.

Ma più che sulla sua macchina, doveva contare sulla propria velatura, molto ampia e con un’alberatura altissima onde poter approfittare delle più lievi brezze. Già nei mari artici, con buon vento a mezza nave od in poppa era riuscita a toccare gli undici nodi all’ora, ossia circa venti chilometri, velocità difficilmente raggiunta dai soliti navigli mercantili.