Pagina:Salgari - La Stella Polare.djvu/198

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I ghiacci, travolti dalle onde, per alcuni istanti scintillavano come masse infuocate di metallo o come una fiamma solida, poi le nubi si rinserrarono e un nebbione cominciò a distendersi sul mare, avanzando lentamente da ponente.

– Soffia nebbia dallo Spitzbergen – disse il primo macchinista al tenente Querini.

– Infatti siamo all'altezza di quella terra o meglio della punta meridionale – rispose il tenente. – Conoscete quell'arcipelago?

– Sì, signore. Vi sono stato a cacciare la foca e anche la morsa.

– Abbondano su quelle coste?

– Se ne trovano ancora non poche, malgrado le stragi immense fatte dai nostri nonni.

– È vero che ora quelle isole, ritenute quasi inaccessibili, sono molto frequentate?

– Le isole dello Spitzbergen sono diventate un paese da touristes, signor tenente. Una compagnia norvegese ha costituita una linea di navigazione e si è anche costruito un albergo pei visitatori. Ne volete saper di più? Vi è perfino un ufficio postale e si sono stampati dei francobolli spitzbergensi.

– Oh!... Strana!...

– Il comandante della nave che è incaricato di condurre a quelle isole i touristes era prima il signor Otto Sverdrup, il comandante del Fram di Nansen.

– Il servizio viene fatto solamente in estate?

– In giugno, nel luglio l'albergo si chiude, l'ufficiale postale si imbarca, la nave interrompe i suoi viaggi e allo Spitzbergen non rimangono che gli orsi bianchi, le foche e le morse.

– Sicché quelle isole sono assolutamente inabitabili.

– D'inverno di certo, signore. Il freddo vi è eccessivo, scendendo il termometro fino a -50° e talvolta anche di più.

– Eppure si direbbe che un tempo quella terra aveva un clima tropicale? – disse il capitano Evensen, prendendo parte alla conversazione. – Quelle isole, ora coperte eternamente di nevi, con ghiacciai immensi, alcuni dei quali misurano perfino tremila metri di larghezza, come quello chiamato dell'Est, un tempo, probabil-