Pagina:Salgari - La Stella Polare.djvu/20

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
12 Capitolo secondo

trono spagnuolo da parte di Amedeo, figlio di Vittorio Emanuele II, lo trasse ancora bambino in Italia.

Di fibra forte e di carattere energico, si fece subito notare, anche quando era giovanetto. Gli splendori della Corte gli apparvero ben stretti pei suoi alti ideali e per il suo carattere avventuroso, e a quattordici anni, al pari del Duca di Genova, entrava nell’Accademia Reale di Livorno. Il mare, sirena ammaliatrice, lo aveva attirato.

S. A. R. il duca degli Abruzzi, guardia marina. L’Accademia Reale lo annoverò fra i suoi migliori allievi. Fece la sua carriera sotto gli ordini di Emilio Renaud, conte di Falicon, annoverato allora fra i nostri migliori capitani di vascello, e uscì guardia marina con la miglior lode.

Era il momento ardentemente atteso dal giovane principe, che durante quegli anni non aveva sognato che tempeste e paesi lontani. Due volte fece il giro del mondo, tutto studiando e tutto osservando, riuscendo un eccellente uomo di mare e, strana cosa, anche uno dei più instancabili alpinisti. Pare che l’immensità eserciti su di lui un fascino invincibile.

Ed eccolo, nel 1896, lasciare momentaneamente il mare e correre attraverso l’America del nord, fino ai confini dell’Alaska, l’antico possedimento russo, per tentare la memoranda scalata del più gigantesco colosso della regione artica, invano tentata, prima di lui, da inglesi e da americani.

Nè le valanghe, nè i grandi perigli della montagna gigante, nè i ghiacciai, nè il freddo intenso, nè le privazioni spaventano l’audace principe. Sempre primo fra tutti, a piccole tappe, con una costanza incredibile, trascina con sè la colonna italiana e, con un’ultima e meravigliosa salita, pianta la bandiera d’Italia sulla più alta cima del colosso americano.