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Lo Stretto di Magellano 105


— E se io vi ordinassi di ricondurmi a terra?

— Rifiuterei.

— Se ve ne pregassi? —

L’ex esiliato esitò un momento a rispondere, poi disse con tono reciso:

— No! Ora è troppo tardi e poi si direbbe che io ho avuto paura degli uragani dell’oceano Antartico, mentre Piotre Tanine non li ha mai temuti.

Lasciatemi, Mariquita: ho da guidare la mia nave e mi preme che non venga fracassata, nè che si areni sulle secche di Walker. Più tardi, se vorrete, riprenderemo questo colloquio, quantunque io non veda la necessità di prolungarlo. Avete giurato e tutto deve finire lì! —

E senza aggiungere altro passò oltre, dirigendosi verso prora, per meglio osservare lo stretto passo di Narrows.

Cosa piuttosto insolita e che annunciava un inverno eccezionalmente freddo, quella parte dello Stretto di Magellano, che è la più angusta e anche la più pericolosa, era ingombra di banchi di ghiaccio i quali si erano accumulati in numero straordinario intorno all’isola Elisabetta e sulle scogliere di Santa Marta.

Non erano tali da opporre una seria resistenza alla baleniera di Piotre, nave d’una robustezza eccezionale e fornita anche d’un solido sperone. Il pericolo, se ve n’era uno, doveva trovarsi più innanzi, all’uscita del canale o nei profondi golfi di Possession e di Lomas, dove degli ice-bergs potevano essere già entrati, ostruendone i passaggi.

— Che cosa ne dite, signor Piotre? — chiese il vecchio viaggiatore, vedendo il baleniere guardare attentamente verso l’est ed aggrottare più volte la fronte.

— Che noi passeremo, signor Lopez, — rispose questi, con voce secca.

— E se più innanzi trovassimo i passi chiusi?