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Prigionieri dei selvaggi 253


Mariquita che si sentiva realmente gelare, passò sulla scialuppa-baleniera, la quale prese tosto la corsa verso la Quiqua, mentre il gran canotto, coll’equipaggio raddoppiato, entrava nel piccolo seno.

I selvaggi non erano ancora discesi dalle alture, dove continuavano a mantenere accesi i fuochi ed a gridare, come se sfidassero i marinai ad assalirli nelle loro posizioni.

Piotre, seguito dal signor Lopez, da Pardoe e da quattro marinai, sbarcò coll’intenzione di sorprendere qualche selvaggio e di fare nuove ricerche, mentre gli altri tre s’imboscavano fra i cespugli di berberis per sorvegliare le mosse degli Ona, i quali parevano numerosissimi.

I selvaggi uccisi dai due marinai scomparsi furono presto ritrovati. Avevano ancora presso di loro le armi, lancie ed arco, che i loro compagni non avevano raccolte, e Piotre potè accertarsi che erano stati uccisi a colpi di pistola.

— Allarghiamo le ricerche, — disse il baleniere. — Chissà che i corpi di quei disgraziati non siano stati nascosti in mezzo a quelle felci che occupano la base delle colline. —

Per meglio perlustrare si divisero in tre gruppi, spingendosi verso la base delle colline, quantunque ormai fossero convinti che i loro camerati erano stati portati via per servirsi dei loro cadaveri per qualche banchetto.

Si erano già allontanati dalla spiaggia alcune centinaia di passi, quando il cacciatore di guanachi che si trovava con Piotre e col signor Lopez, fece loro cenno di arrestarsi.

Erano allora giunti dinanzi ad un folto gruppo di felci e di berberis, il quale si prolungava su uno spazio considerevole.

— Passate a destra, voi, — disse loro. Io invece attraverserò queste piante, essendo più agile di voi. Credo che qui dentro ci sia nascosto qualche cosa.