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capitolo xv — gli esquimesi della baia di baffin 247


soprattutto da tiro e rapidi trottatori, poichè spinti colla frusta, sono capaci di percorrere venti e perfino ventidue chilometri all’ora, trascinando la slitta, l’uomo ed un certo numero di provviste. — Sono attaccati ad un guinzaglio più o meno lungo, ma sono messi tutti su di una sola linea. Il guinzaglio ordinariamente è lungo venti piedi, ossia circa sei metri e mezzo.

Gli esquimesi, per dirigerli, si servono d’una frusta lunghissima, terminante in una sottile correggia di nervo indurito. Il manico è lungo due piedi e la frusta è di pelle di foca conciata e larga nella sua estremità anteriore.

È incredibile la valentia degli esquimesi nel maneggio di quell’istrumento. Con un colpo solo percuotono il cane che non corre bene o che devia, senza toccare gli altri, e se vogliono sanno strappare un pezzo d’orecchio al cane che non obbedisce alla prima frustata.

Le sei slitte, guidate dagli esquimesi, i quali non risparmiavano nè le grida, nè le frustate per raddoppiare la velocità degli animali, in meno di un’ora giungevano sul margine del fiord.

– Dov’è la croce? chiese mastro Tyndhall a Egurk.

– Dietro quelle rupi, rispose l’esquimese, indicando un ammasso di rocce rivestite di ghiaccio e di neve.

– Guidaci laggiù.

Le slitte si misero a correre lungo il margine del fiord e girarono la rupe. Al di là, piantata su di una elevazione del suolo, si vedeva una grande croce già in parte coperta di neve, e sopra la quale volteggiavano alcuni uccelli marini.

Mastro Tyndhall balzò lestamente a terra, s’arrampicò sulla piccola elevazione e giunto ai piedi della croce, fissò avidamente gli sguardi sulle parole che erano incise nel legno.