Pagina:Satire (Giovenale).djvu/155

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di giovenale 43

Non terrò mai: perciò men vo soletto,
Come se fossi inutil corpo e monco
E accidentato. Oggi chi grazia acquista,
Se non chi messo a parte di maneggi
Occulti e colpe da non dirsi mai,
Combatte in cor fierissima battaglia?
A te obbligato non si tiene; e nulla
Ti dà, chiunque d’un segreto onesto
Ti fè la confidenza. A Verro caro
Fia sempre quegli che accusar può Verre
Quando vorrà. Tutta la rena d’oro,
Che dall’ombroso Tago in mar si volge,
Pagar non può quei sonni che tu perdi,
Se i doni accetti d’un potente amico,
Che debba sempre aver di te paura,
E tu di lui, dei doni, e di te stesso.1
    Or che razza di gente abbia gli amori
Dei nostri ricchi, e dalla quale il cielo
Mi scampi, ti dirò così alla lesta
E senza barbazzale. Io più non posso
Soffrir questa città tutta ingrecata,

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  1. [p. 177 modifica]I potenti non ti fanno doni che per averti complice alle loro iniquità. Una volta divenuto loro confidente ti te-[p. 178 modifica]mono, e vogliono toglierti di mezzo; e tu perdi prima la tranquillità, poi li stessi doni e la vita. Se ciò sia vero ben lo sa chi ha letto la storia delle due potentissime famiglie dei Borgia e dei Medici.