Pagina:Satire (Orazio).djvu/125

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

127

85Si fu ciascun, che da temer non v’era,
Pericolo maggior, ci rincorammo
Nasidieno sol col volto basso,
Qual se immatura morte a lui rapito
Un figlio avesse, si tapina, e piagne.
90E quando mai finito avrìa, se il saggio
Nomentan non si dava a confortarlo?
Ah rea fortuna, qual è mai più crudo
Nume di te, che delle cose umane
Scherno ti prendi ognor? Vario le risa
95A stento può frenar cono la salvietta.
Poi dice Balatron con quel suo viso
Canzonatore: Egli è destin che pari
Non mai la fama al ben oprar risponda.
Quanti pensier per darne un lauto pasto
100Preso ti se’ quanti travagli e pene,
Perchè sia cotto il pan bene a dovere,
Perchè non sien gl’intingoli mal conci,
Perchè i serventi sien vistosi e lindi!
Che val, se, come or quì, caggia dall’alto
105Il baldacchin, se tracollando un mozzo
Di stalla mandi una scodella in pezzi?
Ma i prosperi non già, gli avversi casi
Fan l’ingegno spiccar, come di un duce