Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/237

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

continuazione 181

S’era dentro le viscere perduto;
Quindi scoprirne appena
La testa non potei per dargli pena!
Ond’io deluso dal mortal deliquio
15Di quel pendol di forca incontro a lui
Scagliai motti, da cui
Quanto seppi maggiore
Gli avesse a derivar duolo e rancore.


Sostenendomi quindi sul gomito investii lo scellerato con questa specie di invettiva: Che puoi tu dire, o scorno degli uomini e degli Iddii? giacchè non meriti pure di avere un nome tra le cose esistenti. Questo ho io dunque meritato da te, che dal cielo ove io mi precipitassi all’inferno? che mi involassi i floridi anni del primiero vigore per opprimermi con la debolezza dell’estrema vecchiaia? Dammi dunque, per dio, un attestato della tua morte.147

Vibrate sdegnosamente queste parole,


    Fisso il nemico avea lo sguardo al suolo,
Nè a quel parlar più sollevava il volto
Di quel che faccia il salcio illanguidito,
O il piegato papavero cadente.


Ma io, finita questa sciocca sgridata, cominciai parimenti a pentirmi del mio parlare, ed a sentire una segreta vergogna per avere, in onta della mia modestia, rivolte le voci a quella parte del corpo, cui gli uomini più austeri non volgon pure il pensiero. Indi, lisciatami per qualche tempo la fronte, che ho io fatto di male, dicea, se ho voluto con uno sfogo naturale alleggerir la mia pena? Forse non abbiam costume di bestemmiare contra il corpo umano, quando il ventre, o la gola, o il capo ci dolgono, come accade spesso? Forse Ulisse non se la prese contro il suo cuore? E i tragici