Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/311

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note 255

golfo di Venezia, dove, come dicemmo, sì scioccamente ritirossi Pompeo. Petronio ne lo rinfaccia, tanto più che il nome stesso di quella città era di cattivo augurio ai Romani, locchè non poteva da Pompeo ignorarsi.


Pag. 171, lin. 8.

Intende dell’anfiteatro, le cui logge più alte servivano alla plebe.


Pag. 171, lin. 23.

L’erudissimo Marcorelli autore dell’opera intitolata De Theca Calamaria vuole che questa Platanone o luogo de’ platani fosse in Napoli nel quartiere oggi detto Fiatamone. Ma il signor Ignarra avverte che quì la scena della satira non è più Napoli, ma Crotone, o sue vicinanze, e che il signor Marcorelli splendidamente s’inganna.


Pag. 172, lin. 12.

Si accennano le imprese amorose di Giove, convertitosi in toro; in cigno, e in pioggia d’oro.


Pag. 173, lin. 13.

L’antica Circe amante di Ulisse era figlia del Sole e di Perseide ninfa marina. Ulisse avea preso nome di Polieno, come si ha da Omero nel 12 dell’Odissea. E questa Circe trova pure un Polieno, giacchè Petronio ha stimato opportuno di adottar simili nomi per simil sorta di amori.


Pag. 174, lin. 21.

Coloro che tanto gridano contro la rilassatezza dei presenti costumi, non vogliono giammai convenire che in paragon degli antichi noi siamo, sì per la santità della nostra religione, come per la saviezza della odierna legislatura, di gran lunga più astinenti. Ma i riti della religion pagana giustificavano assai quel libertinaggio. I misteri Eleusini, quei di Bacco, e non so quali altri rendevan lecito ciò, che sarebbe empietà presso di noi. Venere avea dappertutto qualche tempio. Ella adora-