Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/310

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
254 note

Pag. 163, lin. 24.

La voce Ignavus del testo vuolsi che alluda al Cneus prenome di Pompeo. Non mi parrebbe un felice equivoco, massimamente in cosa sì sostenuta, com’è tutto questo poemetto. Io ho stimato di non renderla, sì perchè combattuta dagli interpreti, e perciò troppo incerta, sì perchè non necessaria all’intelligenza.


Pag. 164, lin. 3.

Fu sempre l’aquila di felice augurio ai Romani, talchè ne fecero insegne d’armata, e come le chiama Tacito Legionum numina.


Pag. 165, lin. 21.

I venti versi del testo, cominciando dal presente, sono posti in quell’ordine, in cui li ha collocati il Presidente Bohier. Presi, come si vedono presso il Burmanno, è assai difficile di trovarli conseguenti e opportuni.


Pag. 168, lin. 25.

Essendo Consoli P. Lentulo, e Claudio Marcello partigiani di Pompeo, Marcello accusò Cesare, che comandava nelle Gallie, di più delitti, e colpe verso la Patria. Il Senato deliberò che Domizio Enobarbo andasse al comando dell’armata di Gallia, e che Cesare ne lasciasse il governo prima del termine consueto. Ciò fu causa che Cesare passò l’Alpi, e venne in Italia alla testa dell’armata. Allora il Senato ordinò che Pompeo si ponesse in battaglia e che Cesare disarmasse. Ma questi sempre maggiormente irritato, passò il Rubicone, e incusse tanto spavento che Pompeo si ritirò colla truppa a Durazzo abbandonando vilmente la patria, come gli rimprovera Cicerone. Lentulo era uomo eloquentissimo, e Curione Tribuno della plebe avea già sollevato il popolo contro Cesare, ma poi e il popolo e Curione furon per lui. Questa è la storia della guerra civile.


Pag. 168, lin. 32.

Epidamno, cioè Durazzo, città greca dirimpetto al