Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/125

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per monaca 121


ceva l’abito di monaca Clarissa che Eva doveva indossare, disteso in un vassoio d’argento: poi, inchinatasi all’altare, profondamente, senza vacillare, senza levar gli occhi, senza vedere nessuno, Eva, seguita dalle due matrine, riattraversò la chiesa, uscì dalla porta nel chiostro, si avviò alla porteria del monastero, dove le altre monache l’aspettavano: dietro venivano i preti, salmodiando. Di nuovo certe mani amiche si stesero, quasi per toccare il vestito di nozze di Eva, qualche voce la chiamò, ma ella non udì, come la prima volta. La madre era rimasta all’altar maggiore: tutti la guardavano, per distinguere se piangesse; perdere un figlio dopo l’altro a otto mesi di distanza, vedere finita la propria casa, un giovinotto morto con un colpo di rivoltella, una ragazza che si faceva monaca, doveva essere uno schianto insopportabile per un cuore di madre. Ma la duchessa non levava il capo, restava solitaria sull’altare, il duca viaggiava, all’estero, non aveva voluto assistere alla monacazione della sua figliuola: la famiglia era distrutta da cima a fondo, i Muscettola scomparivano, l’eredità passava ai Mileto, Eva aveva disposto della sua dote, per l’ospizio dei poveri fanciulletti abbandonati.

Un intervallo di silenzio si allungava nella chiesa: il sole aveva raggiunto il piccolo portico, quasi quasi penetrava dalla porta, tre finestroni si riscaldavano vividamente, mandando una luce rossastra sui marmi bianchi, sugli stucchi, sulle dorature della bella chiesa. A un tratto, accanto all’altar maggiore, una porticina si aprì, quella che comunicava col convento: innanzi ad essa vi era Eva. Le avevano levato il vestito bianco,