Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/264

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poco si muoveva, poco parlava, un po’ pallida, ma beatamente sorridente: ogni tanto socchiudeva gli occhi, come se si addormentasse.

Dalla mattina, la casa era piena di gente che andava e veniva, ella era stordita da tante domande, da tante congratulazioni: alla fine, verso le due, ella aveva dato un bacio al suo bambino, che le avevano portato in abito da battesimo, e tutti erano andati alla cattedrale: ella respirava, tranquilla, riposandosi, poichè fra poco l’andirivieni sarebbe ricominciato. Emma, seduta a’ piedi del letto, le parlava, sottovoce: ella non aveva voluto andare alla chiesa.

— Rosì, perchè chiamarlo Gaetano?

— Così ha voluto Vincenzino — disse la puerpera, movendo un sol dito, per esprimere che non vi era da opporsi.

— È mi brutto nome, — Brutto: ma la creaturina è bella.

— Tutti i figli tuoi sono belli — mormorò Emma.

— Questo è il più bello — disse la madre, placidamente.

— Quando avrai il quinto, dirai che quello è il più bello.

— Già — acconsentì la puerpera, sorridendo.

Vi fu un momento di silenzio. Rosina Sticco odorava una ciocchetta di erba ruta, l’erba cara alle donne partorienti. Emma passava leggermente le dita sul damasco della coperta, come se lo carezzasse: e gli occhioni bruni erano più che mai nuotanti nel languore, il pallore di creatura anemica si tingeva di un lievissimo giallo ancora impercettibile.