Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/59

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telegrafi dello stato 55


al suolo: sulla spalliera del divano di tela russa e su qualche sedia si asciugavano certe mantelline bagnate, certi scialletti che la pioggia faceva stingere; finanche sopra una macchina Hughes che serviva per l’istruzione, era disteso un waterproof nerognolo, chiazzato da larghe macchie nere di acqua. Le più prudenti, appena entrate, si cambiavano gli stivaletti, mettendone un paio vecchi, che conservavano nell’armadietto: ma alla fine dell’orario, era difficile calzare nuovamente, quelli che l’umidità aveva fatto restringere. Da che erano venute le pioggie, la colazione di quelle che potevano spendere, non era più composta della granita di limone, che si risolveva in un liquido acidulo e verdastro, in cui s’intingeva un panino da un soldo: col novembre si prendeva il cioccolatte, una bevanda nerastra, pesante, caldissima, che bruciava la lingua e lo stomaco. Gabriella Costa, la piccola Lavallière, detta così pel suo bianco volto ovale e malinconico, per i riccioli biondi della fronte e delle tempia, diceva, lamentandosi dolcemente, che in quel cioccolatte vi era del mattone pesto. Questo incidente delle colazioni, era un eterno soggetto di lite fra Gaetanina Galante, la inserviente, e le ausiliarie: esse non pagavano giorno per giorno, facevan conto, mangiavan biscotti e paste; alla fine del mese, quando ella presentava il conto di dieci, quindici lire, financo, esse torcevano il muso, le più educate tacevano, le più pettegole dicevano che vi doveva essere errore certamente; non avevano mangiato mai tutta quella roba. Ma con Gaetanina Galante era difficile di averla vinta, tanto era insolente e ineducata: aveva già fatto un bel gruzzo-