Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/85

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per monaca 81

prima impegnati, poi venduti, egli era un pezzente indebitato, che non avrebbe potuto donare alla sua fidanzata, neppure un anellino di argento. Poi vi fu un quarto d’ora di silenzio, tutte lavoravano, riprese da un grande zelo, pensando agli ottanta bimbi abbandonati, maschietti e femminucce che aspettavano dalle loro mani di che vestirsi. Eva, la buona, la più vivamente affettuosa, aveva detto loro che la carità non si fa soltanto coi quattrini, ma che bisogna metterci il proprio tempo e il proprio lavoro: che, infine, le ore mattinali, due, tre, sino alla colazione, potevano essere sacrificate, lavorando per le povere creature senza pane, senza tetto, senza vestiti. E quell’attività quotidiana, quel doversi occupare continuamente di altri, quell’andare e venire, soddisfaceva il bisogno di movimento e il sentimento di altruismo, che era in Eva, riempiva le sue giornate un po’ vuote, un po’ solitarie, — la madre apparente e sparente fra un ballo e l’altro, che dormiva metà della giornata, spesso pranzava nei suoi appartamenti, troppo giovane per la figliuola già troppo grande, — il padre che adorava ogni esercizio di sport, sempre nelle scuderie, o a caccia, o al tiro del piccione o alle corse, — il fratello sempre in viaggio, o a Montecarlo o a Baden o a Parigi. Tutti questi l’amavano Eva, madre, padre, fratello, ma a loro modo, negli intervalli di libertà, che concedevano loro le passioni dominanti: e questo non bastava, non bastava al suo ardente bisogno di amore, alla sua vitalità esuberante. Così, per sfogarsi, ella aveva messo su, col suo fuoco, con la sua fiamma di affetto, questa carità delle ragazze per i bimbi abbandonati e si dava a quest’opera

6 — Il Romanzo della Fanciulla.