Pagina:Sermoni giovanili inediti.djvu/92

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88 sermone nono.

     Quando del pigro e tardo amanuense
     300L’arte. cedette alla novella forma,
     Che per le punte del metallo infuso
     Con ordine disposte e dal cilindro
     Negro percorse in piccolo telaio,
     Della pagina opposta indi la faccia
     305Fra gl’iterati e stretti abbracciamenti
     Tutta lasciando del lor bacio impressa.
     Velocissimamente in mille parti
     Del pensiero l’imagine propaga?
     Forse (o m’inganno) un flebile lamento
     310Attorno si levò quale si ascolta
     Oggi dal labbro tuo. Misere genti,
     Che al lume della pallida lucerna
     Fin qui vegliaste nelle lunghe notti,
     A verbo a verbo trascrivendo i segni
     315Nei polverosi codici vergati.
     Ecco sbucata dal profondo abisso
     Una larva terribile che fura
     A voi l’usato e certo pane, i vostri
     Mal impugnati calami spezzando.
     320Ma delle genti misere, che fanno
     Come l’onda che fugge e più non torna,
     È bella la pietà che ti scolora
     E bagna il volto di soavi stille.
     Se ad esse per salir porgi la mano
     325Degna lode ne avrai; ma quando incontro
     Al carro trionfai, che non si arresta
     E stritola per via le opposte turbe,
     Della crescente civiltà la stendi,
     Tronca o pesta rimane, e nullo arrechi
     330Scudo e conforto alle commosse schiere.
Ai pochi, che piegaro il dorso in arco
     Ricopiando le pagine vetuste