Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/66

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salgariane. Belle cavalcate d’avventurieri ch’incontro ad ogni svoltata della mia vita, e mi danno il buon saluto augurale inebbriandomi gli occhi con il luccichio delle carabine strofinate e pronte. Strofinate sul tavolo, la candela un poco più in là: e il respiro della mamma dormente è tanto lungo che la mano strofinante con foga, su e giù, si rallenta, e s’accorda al respiro lungo, mentre l’anima comincia a pensare alle difficoltà, e si riempie di dubbio, come di acqua i fori della tenda appena tolta, cominciando la piova. Rividi la brunastra tenda nel primo lume dell’alba, sgocciante di rugiada, e mi curvai a uscirne dallo stretto pertugio, guardandomi intorno cauto, spiando gli scricchiolii dell’erba che si rialzava.

Uno scalone tirato da due cavalloni, carico di stanghe di ferro, correva a precipizio insordando la città. Il cocchiere, piantato con le gambe aperte sui due lunghi tronchi scorzati del margine, frustava e incitava i cavalli. Davanti a quel carro d’inferno tutti i sogni sparvero. Ero in Corso, fra gente impellicciata e automobili.

Me n’andai a casa stranito.

Pensavo: picchiar porta per porta. Otterrò d’esser mandato in una grande casa di commercio dell’Indie, a Rangoon, come Ucio. Un cinese schiavo moverà nella mia stanza un’enorme ventola rossastra, perchè le zanzare malariche non si fermino sulla mia pelle. Non scriverò altro che, in inglese: — In possesso vostra stimata del — . Imbroglierò astutamente, come i commercianti non sanno fare ancora. In tasca la rivoltella.

Risi: perchè in India? perchè la rivoltella, lucida come le carabine degli avventurieri? Bimbo, sei letterato. E ri-