Pagina:Sonetti romaneschi II.djvu/229

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in Aracoeli, sul Campidoglio, e recitando ad ogni scaglione o una Requiem aeternam o un De profundis, secondo l’agio o il fervore della postulante.</ref>
Rescita un Deprofunnisi in disparte
All’anima dell’urtimo impiccato; 1
              
     E cquer che sentirai drento o a l’isterno
Cerchelo doppo in ner Libbro dell’Arte; 2
E bbuggiaratte si nnun vinchi er terno.


Roma, 7 dicembre 1832




ER ROSARIO IN FAMIJJA


 
     Avemmaria... lavora... grazia prena...
Nena, vòi lavorà?... ddominu steco...
Uf!... benedetta tu mujjeri... Nena!...
E bbenedetto er frú... vvà cche tte sceco?... 3
              
     Fruttu sventr’e ttu Jeso. San... che ppena!...
Ta Maria madre Ddei... me sce fai l’eco?...
Ora pre nobbi... ma tt’aspetto a ccena...
Peccatori... Oh Ssignore! e sto sciufeco 4
              
     De sciappotto5 laggiú ccome sce venne?
Andiamo: indove stavo?... Ah, ll’ho ttrovato:
Nunche tinora morti nostri ammenne.
              
     Grolia padre... E mmó? ddiavola! bbraghiera!
Ho ccapito: er rosario è tterminato:
Finiremo de dillo un’antra sera.


Roma, 7 dicembre 1832 - Der medemo


  1. I giustiziati hanno una grande cognizione delle future sorti del lotto.
  2. Questo è il famoso libro de’ rapporti tra le cose e idee anche astratte ed i numeri del lotto, libro adornato da orride figuracce di arte o mestieri, corrispondenti ad altrettante cifre della serie giuocabile: libro finalmente che san leggere per miracolo anche gl’illetterati.
  3. Formola di sfida, cioè: Quanto va che io ecc.
  4. Checchessia di sgarbato e di goffo. Dicesi però più delle persone che delle cose.
  5. Lavoro imbrogliato.