Pagina:Specchio di vera penitenza.djvu/191

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distinzione quinta — cap. vi. 163

darsi né vantarsi per qualunche mondana vanità: come fanno alcuni, che de’ peccati vili e carnali bene se n’accusano, ma d’avere fatta una sua vendetta, d’avere avuta vittoria o fatta alcuna prodezza, d’avere saputo trovare sottili modi da guadagnare o d’acquistare onore, quantunque fosse con peccato, vanamente se ne lodano. La decimasettima condizione che dee avere la confessione, si è et sit parere parata; che la persona che si confessa, dee essere disposta a apparecchiata a ubidire tutto ciò che le sarà comandato. Onde dice santo Agostino: Pongasi il peccatore in podestà del giudice, cioè del confessoro, apparecchiato a fare volentieri per la vita delanima, ch’è immortale, quello che farebbe per la vita del corpo, che pure ha a morire.


CAPITOLO SETTIMO.


Dove si dimostra di quali peccati si dee fare la confessione: e che sono tre maniere di peccati.


La settima e ultima cosa che si dee dire della confessione, si è di che peccati si dee fare; cioè a dire, di quali peccati si dee la persona confessare. Dove è da sapere che sono tre maniere di peccati: l’una è il peccato originale; l’altra è il peccato veniale; la terza è il peccato mortale: e potrebbesi aggiungere la quarta; ch’è alcuno peccato ch’è dubbio s’egli è veniale o mortale.


Qui si dimostra che cosa è il peccato originale, e come ogni uomo e ogni femmina che nasce secondo il comune corso della natura, l'ha seco.1


Il peccato originale non è peccato attuale che la persona volontariamente il faccia; anzi è peccato della corrotta natura del primo padre dell’umana natura, il quale si trasfonde in

  1. Ediz. 95 e 85: lo (o il) trae seco.