Pagina:Specchio di vera penitenza.djvu/287

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capitolo quinto. 259

Il quale scrive ch’ e’ fu uno santo uomo ch’ebbe nome Costanzio, il quale avvegna che fosse molto sparuto e di piccola statura, era di virtù e di santità grande appo Dio. E crescendo l’oppenione e la fama della sua santità appo le genti, molti venivano di diversi paesi a vederlo, e domandare lo benificio delle sue orazioni. Fra l’altre, vi venne una fiata uno villano materiale e grosso per vederlo; e domandando di lui, gli fu mostrato che accendea le lampane e rifornivale d’olio. Vedendo costui la persona piccola e sparuta, l’abito dispetto e l’oficio vile, non potea credere che fosse colui del quale per fama avea udite sì gran cose. Ed essendogli pure affermato ch’egli era desso, disse: – Io mi credea trovare1 uno uomo grande e appariscente, del quale si dicevano tali e sì maravigliose cose: costui non ha niente d’uomo: che potrebbe egli avere in sé di bene? – Udendo ciò il servo di Dio, lasciò stare le lampane, e corse e abbracciò colui e baciòllo, dicendo: – Or tu se’ colui c’hai giudicato il vero di me: tu m’hai conosciuto: tu solo hai avuto gli occhi aperti de’ fatti miei;2 – e profferéndoglisi, molto lo ringraziò. Di quanta umilità, dice san Gregorio, fu costui il quale più amò colui che lo spregiava! Chè, come i superbi degli onori si rallegrano, così gli umili si rallegrano degli spregi e de’ disonori; e son contenti di vedersi tenere vili e dispetti nel parere altrui, come sono appo sé nel parere loro. E della umilità basti quello che brievemente n’è scritto.

  1. Così nel Testo, e nelle stampe: ch' e' fussi (o fosse).
  2. Avere gli occhi aperti di una cosa, è frase non raccolta finora dagli spigolatori delle nostre eleganze.