Pagina:Stampa, Gaspara – Rime, 1913 – BEIC 1929252.djvu/73

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i - rime d'amore 67


CXVII

Sullo stesso argomento.

     A che vergar, signor, carte ed inchiostro
in lodar me, se non ho cosa degna,
onde tant’alto onor mi si convegna;
e, se ho pur niente, è tutto vostro?
     Entro i begli occhi, entro l’avorio e l’ostro,
ove Amor tien sua gloriosa insegna,
ove per me trionfa e per voi regna,
quanto scrivo e ragiono mi fu mostro.
     Perché ciò che s’onora e ’n me si prezza,
anzi s’io vivo e spiro, è vostro il vanto,
a voi convien, non a la mia bassezza.
     Ma voi cercate con sí dolce canto,
lassa, oltra quel che fa vostra bellezza,
d’accrescermi piú foco e maggior pianto.


CXVIII

Sullo stesso argomento.

     Bastavan, conte, que’ bei lumi, quelli,
ch’ai sol raggi, a Ciprigna alma beltate,
ad Amor arme, a me la liberiate
furar da prima che mirai in elli,
     a far ch’arda per voi sempre e favelli,
sì che l’intenda la futura etate,
senza cercar con pure rime ornate
d’aggiunger nove al cor piaghe e flagelli.
     Ché col vostr’alto procacciarmi onore
si strigneria, se si potesse, il laccio,
s’accresceria, se si potesse, ardore.
     Ma di questo e di quel son fuor d’impaccio,
ché quanto arder e strigner puote Amore,
io son stretta per voi, conte, e mi sfaccio.