Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I.djvu/102

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42 CAPO III.

intorno all’anno 480, Callia l’istorico d’Agatocle, Filisto genero del primo Dionisio, Alcimo1, Atana, e non pochi altri Siciliani, i quali più o men diffusamente trattarono nelle loro storie di cose italiche. E Timeo specialmente, comechè tanto credulo ed inesatto favellatore, e sì alto riprovato dai suoi 2, ebbe non ostante in sorte d’essere più che ogni altri, e più di frequente seguitato dai susseguenti narratori. Talune città, come Cuma, ebbero storie sue proprie3. Ma se dai frammenti che ancor si conservano di quelle giudicar dobbiamo o della veracità, o della critica de’ loro autori, è pur forza dire, che lungi dal rischiarare le nostre origini con sinceri documenti, pregiudicarono anzi grandemente alla verità istorica con la pubblicazione d’ogni sorta di favole e novelle4. Il bisogno di piacere a un popolo già tanto esaltato dai racconti d’Esiodo e d’Omero, aveva impresso alla prosa narrativa una forma al tutto poetica, che ottenne plauso dal volgo e dispregio dai sapienti5. Nè lo stesso Eca-

  1. Ἰταλικὸν portava per titolo il suo libro. Athen. X. II.
  2. Derisoriamente detto γραοσυλλέκτρια. Un libro intero degli errori di Timeo scrisse Istro discepolo di Callimaco. Athen. VI. 20. Polibio lo vitupera anch’esso fortemente, e il taccia più volte con giustissima ragione d’eccessiva ignoranza de’ luoghi e delle cose italiche. Hist. passim, et in Excerpt. Vat. T. II. p. 380 seqq. ed. Majo
  3. Fest. v. Romam.
  4. Fest. l.c.; Dionys. I. 82. et al.
  5. Dionigi di Alicarnasso De Thucyd. 5. ; Strabo. xi. pag. 350. Son noti i lamenti di Tucidide stesso nel suo proemio.