Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I.djvu/110

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50 CAPO III.

vano che indi posero i grammatici, che trattavano l’arte etimologica, in rivestire d’ogni maniera le antichità italiche con apparato di voci, leggende e storie greche: sola erudizione per verità in cui consisteva tutta intera l’archeologia dei Quiriti. Uno de’ maggiori corruttori della storia italica fu quel Cornelio Alessandro, il Polistore, greco egli stesso, che al tempo di Silla pubblicava racconti affatto insoliti, incredibili e favolosi1. Nè meno curante di inette etimologie e di sognate origini si mostrò Giulio Igino, liberto d’Augusto, che scrisse largamente sopra la fondazione delle città italiche, appoggiandosi a documenti greci di nessuna fedeltà2. Pure ambedue erano tenuti quasi come maestri di storia: ed assai volte gli scritti loro si trovano citati per buone autorità non solo dai grammatici, ma da Plinio stesso, che ne fece uso senza sospetto nella sua descrizione dell’Italia: anzi dicesi che Livio abbia tolto dal Polistore l’elenco pur troppo falso e imaginario, ch’esso ha dato dei re Albani3. Quindi è vano il cercare scienza critica negli antiquarj del Lazio, non meno creduli, che seguaci il più delle volte servili, alle narrative de’ Greci: di che, senz’addurne altre prove, abbiamo in veridico testimonio Strabone4.

  1. Plutarch. Parallell. 81.; Serv. x. 389., viii. 330
  2. Serv. iii. 553., vii. 670., viii. 638.; Macrob. Sat. i. 7., v. 18.
  3. Serv. viii. 330
  4. Ὀι δὲ τῶν Ρῶμαιῶν συγγαφεῖς μιμοῦνται μὲν τὸυς Ἓλλενας ἀλλ’ οὺκ ἐπιπολύ. καὶ γὰρ ἃ λέγουσι, παρὰ τῶν Ἑλλήνων μεταφέρουσιν.