Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I.djvu/190

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130 CAPO VII.

tibili a Volterra, Fiesole, Cortona, Roselle e Populonia1. Nè questi son già monumenti che nella loro mole portino l’impronta di lavoro servile, nè tampoco della soggezione o sudditanza intera del popolo2; ma sì bene opere di saviamente avvisati cittadini, le quali, a chi le vede, non han realmente in se nulla che avanzi per manuale artificio le facoltà di libere, ancorchè non grandi comuni: e soprattutto perchè il materiale della edificazione comodamente s’avea sul luogo stesso, o ne’ monti vicini, abbondantissimi di pietra macigna. Che i fabbricatori attendessero principalmente alla forza si conosce manifesto dal sito medesimo di queste, ed altre città maggiori tutte collocate in luoghi montuosi, e che quasi a disegno han per entro il lor circuito due poggi, sovra il più rilevato de’ quali stava per ultima difesa la rocca: uniformità di sito e di positura da non ascriversi sicuramente se non se all’osservanza de’ riti comandati ne’ libri sacri, e senza de’ quali mai non davasi mano all’edificazione di città legittime3. Per il che si comprende più bene, come rinchiusi entro a quegli insuperabili recinti, dove la forza non si temeva, fossero i cittadini nelle offese più pronti, e nelle difese più sicuri. Riparati in casa propria, e formidabili ai nemici di fuori, poterono di fatto gli

  1. Vedi i monumenti tav. ix-xii.
  2. Niebuhr, T. i. p. 133.
  3. Carminius, ex Tageticis libris ap. Macrob. Sat. v. 19.; Festus v. Rituales.