Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/140

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134 CAPO XXII.

bosco e del lago sulfureo, dove Fauno anticamente profetava all’itale genti1, mentre che Fauna o Fatua, moglie di lui, prediceva all’altro sesso le cose future2: quella stessa misteriosa diva che la favola identificava con Bona Dea3, e della quale gli uomini non potevano sapere ne pure il celato nome. Due altre potenze divinatrici Porrima e Posverta avevan contraria virtù: l’una disvelare il passato; l’altra il futuro4: ambedue geni feminei di buona e mala natura. Mito pari a quello delle Fortune sorelle in Anzio, dove si vede ugualmente adombrato il domma de’ due principj, non tanto proprio degli Etruschi, ma propagatosi ne’ Latini, ne’ Sabini, ne’ Volsci, e più i lontano ancora.

Fino dalla remota età degli Aborigeni Marte porgeva nella Sabina divini oracoli per mezzo d’un picchio5. Così la selva Albunea era per Fauno quasi la Delfo dei popoli italiani. Nessun di loro tutta volta non aveva oracoli parlanti come in Grecia, né individui inspirati, a’ quali si rivelasse direttamente la divinità: ogni qualunque nostrale maniera di predizione, e di responsi d’oracoli o significati per segni e

  1. Virgil. vii. 81 sqq.; Dionys. i. 3i.; Arnob. v. 7. Vedi Tom. I. p. 216.;
  2. Varro l. l. vi. 3.; Justin. xliii. x. 1.; Martian. Capell. ii. 9. 4.; Serv. vii. 47.
  3. Corn. Labeo et C. Bassus ap. Macrob. Sat. i. 12. et Lactant. i. 22.
  4. Ovid. Fast. 1. 633,; Gell. xvi. 16.
  5. Varro ap. Dionys. i. 14.; Plin. x. 18.