Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/149

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CAPO XXII. 143

effetto uno degl’istituti più principali dello stato. Strabone1, filosofando da stoico del dritto uso della scienza divinatrice de’ Greci e de’ barbari, pone gli aruspici etruschi alla pari de’ più sagaci e più famosi maestri del mondo antico. Fino da’ primi secoli della repubblica sei giovanetti di nobili schiatte si mandavano ogni anno per legge da Roma in Etruria, acciocché vi fossero ammaestrati delle cose divine nelle scuole dei sacerdoti2. E siccome questi soltanto possedean convenevolmente la scienza dell’interpetrazione, ben si comprende qual possente motivo avesse l’aristocrazia di mantenere la sua politica preminenza mediante l’arcano ministerio delle faccende sacre. La sagacia degli Etruschi passò così tutta intera con le divinazioni e religioni loro nella citth eterna: ed ecco perchè la scienza degli auspicj rivelata ai patrizj, così in Roma, come in Etruria, era mezzo efficacissimo a dominare e contenere la plebe. Fosse pur l’arte un assurdo: a bea usare l’ufficio di magistrato bisognava saper usare quello di prete: e fu gran senno dell’aristocrazia, e forza d’instituzione, se di concordia Etruschi e Romani s’attennero in ogni tempo alle paterne divinazioni, come ad un’ancora nelle procelle. Per tal modo che il credilo de’ più vetusti famosi oracoli del mondo, e massime quello di Giove Ammone3, andò di per tutto declinando fra le genti, dacché il ro-

  1. xvi. p. 524.
  2. Cicer. de Div. i. 41., de Leg. ii. 9.; Valer. Max. i. i. i.
  3. Amon-ra Cnouphis.