Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/150

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144 CAPO XXII.

mano mostrava nell’universale tener più in conto le indovinazioni degli Etruschi, ed i versi sibillini1. Anzi ne desta tutt’ora grandissima meraviglia come quel popolo sovrano cotanto riputato per la gravità, il buon senso, e la ragione, si piegasse così universalmente e sommamente all’arti toscane2. Che giù non i soli volgari, ma dottori e maestri erano macchiati della medesima pece3. Nel secolo miscredente di Cicerone poteasi in vero quistionare da liberi investigatori, se gli arcani della divinazione avessero per fondamento alcuna virtù particolare, o se inventati fossero per utilità del pubblico4: ma, quantunque il libro del grande oratore, inchinevole tanto egli stesso allo scetticismo, e gli argomenti irreligiosi por-

  1. Strabo xvii. p. 559.
  2. Si examen apud ludis scenam venisset, Haruspices acciendos ex Etruria putaremus. Cicer. de Harusp. resp. 12. A questo segno erano sommessi già gran tempo i sigDori del mondo.
  3. Senec. Quaest. nat. ii. 32.; Plin. ii. 53: Imperari naturae, audacis est credere: nec minus hebetis, beneficiis abrogare vires: quando in fulgurum quoque intcrprelatione eo profecit scientia, ut ventura alia finito die praecinat; et an peremptura sint fatum, aut apertura potius alia fata quae lateant, innumerabilibus in utrosque publicis privatisque experimentis. — Più buon credente ancora era Nigidio Figulo, l’amico di Cicerone. Fragm. ap. J. Lyd. de Ost. p. 100.
  4. Cosi disputarono contrariamente Marcello e Appio Pulcro, auguri ambedue. Cicer. de Leg. n. 13. Ma lo stesso Cicerone, derisore dell’arte, fa pubblica protesta: quam (harusp.) ego rei-publicae causa, communisque religionis colendam censeo. De Div. ii. 11.