Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/154

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148 CAPO XXII.

dei. Le vittime si svenavano tre a tre, numero misterioso e di gran momeento nelle vetuste religioni. Agli dei s’offrono vittime maschili, e femminili alle dee: rito bene approprialo alla doppia natura che davasi per dottrine sacerdotali agl'iddii maggiori1. Alcuni sacrifizi per copia di offerte equivalgono a un’ ecatombe2. Ogni liturgia era corredata di musica, di canto e di danze, da che per precetto di quelle festive religioni le buone divinità dovevano guadagnarsi, dice Labeone, con servigi gustosi e graditi, o sia giuochi, danze e conviti3. E largo in questo ogni popolo tendeva a superare per sontuosità di sagre o di feste pubbliche, il suo vicino. Gli spellaceli, sotto nome di religione, comprendevano singolarmente in Etruria corse, ludi, musiche, saltazioni; in somma, a dir più breve, tutto ciò, che poteva più fortemente cattivare gli animi con grandi solennità esteriori. Non pochi monumenti etruschi dell’arte antica ci pongono figurate solfo gli occhi sacre funzioni ugualmente accompagnate con musiche e danze, di che diamo alcun saggio per esempio4. In pari modo i Salj e gli Arvali univano le danze alle preci, accordate col suono delle sacre trombe; e percotendo con moti figurati la terra ballando e tripudiando, ripetevano tre

  1. Vedi sopra p. 102.
  2. Vedi le tavole Dempsteriane; e Lanzi T. ii. part. iii.
  3. Labeo ap. August. de civ. Dei. ii. 11.
  4. Vedi tav. lii. 3., liv. lv, lviii. 2.