Vai al contenuto

Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/189

Da Wikisource.

CAPO XXIII. 183

polo. E dove, al dir di loro, certi fulmini, chiamati d’autorità, minacciavano il vivere libero, altri presagi favorevoli lo difendevano[1]: nè mai Giove stesso vibrava di colassù fulmini distruttori se non col parere degli altri grandi iddii. Sublime concetto, il qual tendeva ad insegnare ai regi moderare la suprema autorità; a implorare il consiglio de’ savi; ed a ben imprimere e scolpire nell’animo, che lo stesso nume sovrano non ha da per se intendimento bastante onde percuotere mortalmente[2]. Altre qualità di fulmini secondochè saettavano luogo consacrato o pubblico, le mura, le statue divine, o pur quelle di benemeriti cittadini, annunziavano alla repubblica civili procelle, rie ambizioni, soprastanti pericoli[3]; mali tutti che i libri Fatali insegnavano potersi all’uopo rimuovere dalla città, o dalle case de’ privati, in un certo spazio di tempo definito dal destino[4]. Un diario del tuono, compilato dai sacerdoti sotto il nome di Tagete, in cui erano antiveduti presso che universalmente i casi

  1. Tarquitius, ex ostent. Tusco, ap. Macrob. Sat. iii. 7.
  2. Discant hoc ij, quicumque magnam potentiam inter homines adepti sunt, sine consilio nec fulmen quidem mitti: advocent, considerent multorum sententias, piacita temperent, et hoc sibi proponant, ubi aliquid percuti debet, ne Jovi quidem suum satis esse consilium. Senec. ibid. 43.; Festus. v. Manubiae.; Gracchus ap. eumd. v. Peremptalia.
  3. J. Lyd. de Ostentis. p. 176-186.
  4. Prorogativa fulmina davano il presagio: quelli concernenti al pubblico non estendevano il loro effetto oltre a trent’anni: gli altri; concernenti agl’individui, dieci anni. Vedi sopra p. 141.