Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/280

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274 CAPO XXVI.


Grandissima era la quantità delle biade che si raccoglievano massimamente in Etruria, ne’ Volsci, nel Piceno, nella Campania e in Puglia. In qualche luogo il terreno vi rendeva dieci per uno; in alcun altro quindici, come in Etruria1. Abbondava sopra tutto la spelta2, che Ovidio chiama sementa tosca3, e il farro nutrimento ancor più comune del popolo4: fra le biade minute il panico e il miglio, rimedio, dice Strabone, contro alla fame5, veniva in maggior copia nelle pianure umide dell’alta Italia6. E qui torna bene avvertire per cosa notabile, che le generazioni delle biade tutte hanno nomi speciali non greci. Con la stessa cura si governavano nei colti rape, porri, navoni, e altre qualità radici cibarie ed ortaggi, per essere dovunque di più facile e sicura raccolta7. Cresceva in abbondanza la vite nelle sassose colline della Toscana: antichissima e sacra erane la cultura pe’ Sabini8: più assai propagata con ceppi tenuti bassi per l’Italia meridionale, che i grammatici vogliono per ciò

  1. Ut in Hetruria, et locis aliquot in Italia. Varro r. r. i. 44.
  2. Triticum spelta.
  3. Tuscum semen. Ovid. de medic. faciei v. 65. Il comico Ermippo (ap. Athen. i. 21.) noverando i doni fatti da Bacco agli uomini dice ironicamente, che dall’Italia recava l’alica e le costole di bove: Ἐκ δ´ Ίταλίας χόνδρον καὶ πλευρα βόεια
  4. Plin. xviii. 8.; Varro l. l. iv. 22.; Valer. Max. n. 5. 5.
  5. Strabo. v. p. 151.
  6. Polyb. n. 16.; Plin. xviii. 10.
  7. Plin. xviii. 13., xix. 5.; Columell. x. 136. sqq.
  8. Virgil. vii. 178. Vedi sopra p. 122.