Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/325

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CAPO XXIX. 319

nirono altri uomini paesani e forestieri. Mediante l’unione di tante famiglie differenti, parlanti ciascuna suo dialetto, formossi una favella rusticana necessariamente mista, materiale, incolta e variabile; indi mondata della dura corteccia del pedal suo, venne a non lieve splendore a’ giorni d’Ennio, che diede all’idioma consolare ampiezza e nobiltà, traducendo in quello la greca armonia. Similmente Livio Andronico, Nevio, e in generale tutti i primi poeti e prosatori, che attendevano a ingentilire la favella, liberissimamente produssero formule e parole elleniche, che, dimesticate e fattesi proprie della latinità furono abbracciate dai susseguenti scrittori, e determinarono all’ultimo il genio della lingua illustre e letterata del Lazio. Certamente il linguaggio romano perde così di mano in mano la sua forma primitiva, e tolse in cambio una faccia eolica; ma chi può dire qual differenza tuttavia passasse in fra la lingua scritta e il volgare popolaresco, che pur si mantenne sì lungamente in uso nel contado? Ben scriveva senza esitazione il dotto liberto di Tullio aver gli antichi Romani lungo tempo ignorato il greco1: dove che i grammatici di leggieri scienza, i quali, come Tirannione, volevano senza più la latina figlia singolare della greca2, giudicavano della lingua di

  1. Veteres Romani Graecas literas nesciverunt, et rudes Graeca lingua fuerunt. Tiron. ap. Gell. xiii. 9. Ugualmente i Romani del v. e vi. secolo storpiavano qualunque nome ellenico: nec dum adsuetis graecae linguae dice Festo.
  2. Suid. v. Τυραννίων.